Anni ’70: San Chirico Raparo diventa Basket City

Qualche giorno fa, rovistando per caso in un cassetto, mi è ricapitata tra le mani una vecchia carpetta di plastica gialla. Una di quelle cose che si conservano per decenni senza sapere bene perché, ma poi bastò aprirla e il tempo improvvisamente si riavvolse. Dentro c'erano fogli protocollo ingialliti, referti di partite scritti a mano, classifiche, nomi, punti e falli segnati uno per uno. Su una copertina a quadretti, grandi lettere viola annunciavano con orgoglio: “II° Torneo Cestistico Sanchirichese 1979”. Più sotto, quasi fosse il verdetto di un vero campionato: “Vincitrice: Silver Stars”.

È bastato questo per riportarmi all'estate del 1977. Avevo compiuto tredici anni da appena un mese. Una vecchia porta di ferro, dimenticata e lasciata maldestramente socchiusa, accese la curiosità tentatrice di un manipolo di ragazzini. La varcammo quasi furtivamente. Portava a quello che, molto generosamente, veniva chiamato la “palestra” della scuola: in realtà uno spiazzo di cemento scalcagnato, con due canestri sgangherati che probabilmente fino ad allora erano serviti soprattutto per arrampicarsi.
Avevamo con noi un pallone da calcio, il mitico Santos, che con quello da basket condivideva soltanto il colore arancione a strisce nere. Mi venne la tentazione di tirare, senza troppe pretese. Dopo una traiettoria improbabile, il pallone centrò il canestro. Mi girai verso gli altri quasi incredulo. Bastarono pochi minuti per improvvisare un cinque contro cinque. Senza saperlo, eravamo già stati contagiati.

In quegli anni, soprattutto nel Sud Italia, il calcio era lo sport nazional-popolare per eccellenza. Il basket apparteneva invece a un mondo lontano ed esotico, popolato da leggende afroamericane come Julius Erving (alias Dr. J) e Kareem Abdul-Jabbar. Nessuno di noi poteva immaginare che quella porta socchiusa stesse inaugurando una breve ma intensissima stagione: l'era del basket sanchirichese.

Nei mesi successivi cominciò un fitto intreccio di lettere scritte a mano tra Bologna, Potenza e San Chirico Raparo. Tra i principali complici di quel progetto ricordo i cugini Mimmo Musolino e Pino Berardone. Furono loro a procurare finalmente un vero pallone da basket, addirittura professionale. Poi vennero le fantasie sulle squadre, sui regolamenti e perfino sull'organizzazione di un torneo.

La fantasia diventò realtà il 14 e 15 agosto 1978, quando si disputò il I° Torneo Cestistico Sanchirichese, con Stella Rossa e Virtus in finale. Il solco era tracciato.
L'estate successiva il torneo crebbe: quattro squadre e quasi quaranta “atleti”. I nomi restituiscono ancora oggi lo spirito di quegli anni: Invicta, Silver Stars, Cosmos e J.P.S., sigla di John Player Special resa celebre dall'elegantissima Lotus nera e oro della Formula 1.

Ma il torneo non ci bastò più. Nacque una vera squadra di basket di San Chirico. Mio padre, conquistato dal nostro entusiasmo, ci regalò le divise: canottiere gialle e pantaloncini blu. E cominciammo persino a sfidare le squadre dei paesi vicini, organizzando trasferte autofinanziate di cui purtroppo non è rimasta traccia, se non nella memoria.

Rileggendo oggi quei registri mi sorprende ciò che riuscimmo a costruire dal nulla. Ricordo Vito Zambrino, premiato come miglior giocatore: un vero cecchino, famoso per il tiro da tre punti che chiamavamo “u' pisc-cone”, dal nome di una pietra bianca sul terreno da cui era solito alzarsi e centrare il canestro.

E con una nostalgia più profonda tornano due amici che non ci sono più. “Big Jim”, al secolo Pinuccio Gresia, capace di un gancio cielo che ai nostri occhi non aveva nulla da invidiare a quello di Abdul-Jabbar. E Tonino Palmieri, maestro dei tagliafuori, capace di tenere lontani dal rimbalzo gli avversari.

Tutto durò appena tre anni, ma furono estati dense di sfide, discussioni e improvvise glorie. All'inizio la gente veniva a guardarci per curiosità; poi cominciò ad appassionarsi. Il bordo di quello spiazzo di cemento, nato senza spalti e senza pretese, finì per riempirsi quasi come per le partite di calcio.

Dopo tre estati, come spesso accade a quell’età, arrivò altro.

Di quella breve stagione restano oggi pochi fogli ingialliti, custoditi per quasi mezzo secolo in una vecchia carpetta gialla. Eppure, basta aprirla perché tornino il cemento caldo d'agosto, il rumore del pallone contro il tabellone, le urla degli amici, i soprannomi, le nuove divise, le trasferte e i canestri impossibili.

Biagio Sassone

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